Le sentenze vanno rispettate, sempre.

Anche quando, per ipotesi, si tratti di sentenze inique o fondate su valutazioni errate.

La storia è costellata di sentenze che gridano “vendetta”.

Una di queste è senz’altro la sentenza che il 19 luglio 1887 la Corte Distrettuale di New York, nella persona del giudice William James Wallace, pronunciava ai danni di Antonio Meucci, cittadino toscano, emigrato, disconoscendo in capo a quest’ultimo la paternità del brevetto del primo apparecchio telefonico (il cosiddetto “telettrofono”), una vera e propria rivoluzione per l’umanità.

Noto inventore operante verso gli ultimi decenni del Diciannovesimo secolo, inviso in Italia per ragioni politiche (era grande amico di Garibaldi, tra l’altro), Antonio Meucci si trasferì a L’Avana e dedicò gran parte della propria vita alle sperimentazioni ed alle scoperte, con particolare riguardo agli studi sulla comunicazione vocale, individuando un dispositivo idoneo a trasmettere le onde sonore tramite impulsi elettrici.

Una delle prime applicazioni dell’invenzione di Meucci fu quella di poter comunicare con sua moglie Ester, obbligata suo malgrado a letto, in ragione di una grave malattia ossea; Meucci realizzò allora un collegamento telefonico tra la camera da letto della moglie e la zona dello scantinato della casa, ed a sua volta collegando lo scantinato al laboratorio esterno dove Meucci faceva i propri esperimenti.

Dopo gli anni trascorsi a L’Avana, Meucci si trasferì a New York, e qui diede vita ad una fabbrica di candele, che tuttavia ottenne risultati molto scarsi; successivamente trasformò l’impresa in una fabbrica di birra, ma anche questo progetto non ebbe successo, tanto che ben presto l’intraprendente inventore si ritrovò in grandi ristrettezze economiche.

Nel 1871 Meucci fondò la “Telettrofono Company”, con lo scopo di sviluppare la sua rivoluzionaria invenzione e diffonderla nel mondo, al fine di acquisire brevetti e vendere licenze. Sempre in quell’anno Meucci depositò, presso l’ufficio brevetti di Washington, una domanda di brevetto con la descrizione dell’invenzione, pur senza fornire indicazioni dettagliate (trattavasi di una forma di brevetto sintetica, denominata all’epoca caveat, della durata di un anno e rinnovabile prima della scadenza). Auspicava, nel frattempo, Antonio Meucci, di poter trovare i soldi necessari a depositare un brevetto completo.

Nel frattempo, Meucci intrattenne una collaborazione con la società di comunicazioni telegrafiche “American District Telegraph Co.”, presso la quale era presente il consulente Alexander Graham Bell, affinché si potesse dar corpo ad una più profonda sperimentazione del telettrofono, utilizzando le linee telegrafiche della potente compagnia newyorkese.

Fatto sta che dopo poco tempo, in ragione di una condotta reticente e non cristallina tenuta dalla dirigenza della società telegrafica, Meucci decise di abbandonare la collaborazione, chiedendo indietro i progetti ed i disegni relativi all’invenzione. La replica che Meucci ottenne non fu positiva, in quanto la compagnia dichiarò “perduto” il materiale di proprietà dell’inventore italiano.

Le circostanze volgevano ancor più verso lidi negativi allorquando, nel 1874, Meucci a causa delle proprie ristrettezze economiche, non fu più in grado di rinnovare il “caveat” della propria invenzione presso l’ufficio brevetti di Washington.

Di lì a poco tempo, Alexander Graham Bell depositò il brevetto dell’apparecchio telefonico, di fatto attribuendo alla propria persona la paternità di una delle invenzioni più rivoluzionarie dell’epoca moderna.

Antonio Meucci brevetto

Meucci non si diede per vinto ed intentò causa nei confronti di Bell.

Il 19 luglio 1887 giungeva, purtroppo, la rinomata sentenza del giudice Wallace, che riconobbe la paternità del brevetto in capo ad Alexander Bell e rigettò le istanze di Meucci, per aver quest’ultimo dato vita ad apparecchi di trasmissione della voce di tipo “meccanico” e non di tipo “elettrico” (sempre stando alle valutazioni rese all’interno della triste sentenza).

Ci sia consentita un’amara risata: pare proprio di ricordare il famoso processo che intentò il Marchese del Grillo nei confronti dell’ebanista giudeo Aronne Piperno, che richiedeva il pagamento di un conto per opere realizzate presso la casa del Marchese: da un lato il ricco e potente nobile, che aveva torto, dall’altra il povero ed insignificante artigiano, che aveva ragione. Ovviamente il Tribunale della Curia diede ragione … al vile denaro. E nella storia di Meucci non ci si discostò di molto rispetto a questa vicenda cinematografica, così sagacemente ritratta dal Maestro Monicelli.

Ma la giustizia è di questo mondo?

Difficile dirlo.

Per quanto alla vicenda di Meucci, è gradito rammentare che l’11 giugno del 2002, una Risoluzione del Congresso degli Stati Uniti d’America, smantellando ogni residuo giuridico della vecchia sentenza del 1887, identificò nella persona di Antonio Meucci il padre dell’invenzione del telefono.

Un riconoscimento di tipo morale ed onorifico. Non certo economico.

Ma la storia, seppur con le proprie tempistiche non certo “agevoli”, ha restituito gloria e dignità ad una vicenda che meritava il giusto riconoscimento da tramandare alle generazioni future, e così ancora alle generazioni successive, e così all’infinito.