Il risarcimento danni da odio trasmesso dai mass media

Alcuni programmi televisivi sono zeppi di manifestazioni becere di odio, di insulti gratuiti, di infamanti offese.

L’odio sociale può sfociare anche nella “arroganza culturale“, propria di chi ritiene di essere il depositario della verità, magari perché socialmente inserito in contesti riconosciuti a livello intellettuale o professionale, o perché economicamente agiato.

Un senso di presunta “superiorità” nei confronti di un altro soggetto viene spesso rivelato in pubblico attraverso manifestazioni di disprezzo, repulsione, talora anche velando il concetto dietro battutine che dovrebbero far ridere, o dietro crasse (e grasse) risate.

Gli animali fanno uso della propria superiorità (fisica e d’istinto) per catturare le loro prede, per risultare capibranco, per ottenere il riconoscimento, anche sessuale, quali migliori esemplari da riproduzione.

Gli esseri umani, invece, millantano la propria declarata superiorità per una necessità di rispetto sociale, per paura di non essere riconosciuti nel loro valore, di esser dimenticati, di esser gettati nella spazzatura tritacarne dell’omologazione democratica.

Operazione, quella dell’esternazione dell’arroganza culturale, tanto più altisonante, quanto più piccoli ed infinitesimi sono i livelli di signorilità e di grandezza d’animo di codeste “persone”.

Ecco allora che declaratorie manifeste di odio, insulti maleducati, battute di vera e propria inciviltà, inondano quotidianamente le nostre vite.

Quello che lascia attoniti, davvero senza parole, è il fatto che gli insulti beceri possano ancora riguardare “questioni” di presunta supremazia tra Nord e Sud Italia, scadendo nel più squallido razzismo di una presunta “elite” intellettuale di una zona della nostra nazione, verso altri cittadini italiani, insultati per il sol fatto di risiedere presso un’altra zona della nostra nazione.

Facciamo un caso di fantasia.

Magari un direttore di una testata giornalistica del nord viene  invitato, in questi giorni di particolare tensione politica e sociale dovuti all’emergenza sanitaria, all’interno di un programma televisivo che svolge un servizio d’informazione e di critica politica.

Magari questo direttore viene chiamato a commentare un provvedimento di natura restrittiva che potrebbe essere intrapreso da un Presidente di una Regione del Sud Italia, il quale manifesta l’intenzione di chiudere i confini regionali, soprattutto rispetto ad accessi provenienti dalle Regioni più colpite dalla pandemia, quale è sicuramente la Lombardia.

“Faremo un’ordinanza con la quale vieteremo l’ingresso dei cittadini provenienti da Regioni nelle quali il contagio è pienamente in corso”.

Una declaratoria molto dura, quella che potrebbe profferire il Governatore della Regione, ma che senz’altro deriverebbe da una scelta politica, peraltro condivisa anche dal Governo nazionale, che si sta orientando per la chiusura dei confini tra Regione e Regione, al momento della fine della “fase uno”.

“Fa bene a voler chiudere la sua Regione il Presidente?”; potrebbe così domandare il presentatore televisivo, magari anch’egli giornalista, al direttore del quotidiano invitato per commentare la notizia.

E allora il direttore del quotidiano, esordendo con una battuta, utile al proprio sofisma, potrebbe così rispondere: “Guarda io ho molta simpatia per quel Presidente, però vorrei chiedergli se la chiusura dei confini della sua Regione è solo in entrata o anche in uscita, perchè a me risulta che tutti gli anni migliaia e migliaia dei suoi corregionali vengono nelle mie zone a farsi curare perché le strutture sanitarie delle mie parti sono più rassicuranti”.

E ancora: “Io credo che nessuna persona delle mie zone abbia voglia di trasferirsi nella Regione del Sud oggetto del provvedimento del suo Presidente”.

Al ché, il conduttore televisivo, con un sarcasmo fuori luogo, potrebbe commentare, fingendo di voler censurare le parole del suo ospite, magari sogghignando, ma in realtà gettando benzina sul fuoco: “Eh no direttore” (pausa risata) “Adesso mi fai arrabbiare i telespettatori di quella Regione del Sud Italia!”.

Al ché il direttore del quotidiano: “Ma no io non ce l’ho con quei telespettatori meridionali, solo che io, te e tutti noi che abitiamo qui, cosa mai potremmo andare a fare in quella Regione del Sud Italia? I posteggiatori abusivi? Io non credo che mai avremmo al vertice delle nostre ambizioni un’occupazione simile. La verità è che “loro” detengono una sorta di complesso di inferiorità. Anzi, io credo che i meridionali in molti casi siano inferiori.

Al ché il presentatore: “Eh no direttore, non puoi dirlo questo, adesso me li fai arrabbiare davvero! Se cambiano canale è un guaio per la trasmissione!”, ovviamente sempre sogghignando in modo malizioso.

Riferimenti, personaggi, luoghi  e condotte sono frutto dell’immaginazione di chi scrive. E lo dico sogghignando molto più del presentatore dipinto dalla mia fervida fantasia.

Ma cosa succederebbe se tutto questo, per assurdo, fosse reale?

Detto dell’arroganza culturale che purtroppo circonda l’attuale scenario sociale, a livello giuridico va considerata la Delibera n. 157/19/CONS del Garante delle Comunicazioni, contenente il Regolamento in materia di rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione e di contrasto all’ “hate speech“.

In particolare, l’Autorità Garante statuiva “l’esigenza di garantire, in particolare nei programmi di informazione e intrattenimento, effettività alla tutela dei diritti fondamentali della persona, nel rispetto del principio di non discriminazione e di tutela della diversità etniche, culturali, religiose e connesse a peculiari condizioni soggettive, fisiche, mentali e sociali”.

In particolare, così ha ulteriormente deliberato il Garante:

“nel rispetto della libertà editoriale e del diritto di libera manifestazione del pensiero, ciascun fornitore di servizi media deve garantire la completezza dell’informazione e l’assenza di discorsi d’odio: la Corte europea dei diritti dell’uomo si è soffermata più volte sulla distinzione tra forme di discorso pubblico tollerato in una società democratica e discorso che deve essere limitato e sanzionato al fine di proteggere il diritto di individui e gruppi di non essere discriminati, o discorso che può portare alla violenza, ai disordini pubblici e alla criminalità”.

Le asserzioni dell’ospite televisivo, così immaginate nel racconto sopra descritto, sarebbero sicura fonte di danno civilmente risarcibile, sia nei confronti della persona del Presidente della Regione, ridicolizzato in pubblico, sia nei confronti della stessa Regione e dei suoi abitanti, ritenuti “inferiori” nel monologo giornalistico ipotizzato.

Ma non sarebbe esente da responsabilità anche la condotta del presentatore televisivo, il quale verrebbe meno a precisi obblighi previsti dalla Suprema Corte in casi simili:

Resta naturalmente l’obbligo dell’intervistatore televisivo di intervenire – se possibile – nel corso dell’intervista (quantomeno interloquendo, chiedendo precisazioni, chiarendo, quando è il caso, che quello espresso è solo il punto di vista dell’intervistato ecc), se si rende conto che il dichiarante sta eccedendo i limiti della continenza o sconfinando in settori di nessuna rilevanza sociale.

Così i giudici di legittimità, nella Sentenza resa dalla Quinta Sezione Penale della Cassazione, rubricata al numero 3597 del 2007.

 

 

 

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