La lotta al caporalato. La regolarizzazione dei braccianti e dei lavoratori domestici

Nel 1862 Honoré Daumier descriveva con tratti mirabili le classi povere lavoratrici della Francia del secondo Ottocento.

L’artista ha inserito, all’interno di una carrozza di un treno, un primo piano dove campeggiano la durezza e la stanchezza di signore che tornano dalla faticosa giornata lavorativa, insieme ad un bambino, probabilmente anche lui lavoratore ed assopito accanto all’anziana signora in primo piano, ed un neonato, intento a nutrirsi dal seno della madre.

In secondo piano, invece, spunta la borghesia, con la sua frenesia ed il suo chiacchiericcio, in perfetta antitesi rispetto al laconico silenzio delle figure principali.

Purtroppo scene di sfruttamento del lavoratore più debole non restano come ricordo artistico di un passato superato, ma permangono nella loro cruda attualità.

Il caporalato è quel fenomeno di sfruttamento della manodopera al di fuori dei canali legali del collocamento, e senza rispettare i minimi della contrattazione collettiva del settore merceologico, tramite il quale tanti braccianti vengono arruolati attraverso l’intermediazione tra figure di “agenti” e datori di lavoro finali.

I dati CGIL per il 2018 parlavano di un ammontare di oltre 5 miliardi di euro, come giro economico sommerso, con il 23% di lavoratori nel settore dell’agricoltura totalmente privi di regolarizzazione.

In questi giorni sono circolate le bozze di riforma volte a regolarizzare il lavoro di tanti stranieri nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della zootecnia, pesca, acquacoltura, nonché lavoro familiare e di assistenza domestica.

Così la bozza di testo:

“Al fine di garantire livelli adeguati di tutela della salute individuale e collettiva in conseguenza dell’eccezionale emergenza sanitaria connessa alla diffusione del contagio da Covid-19 e per favorire nel contempo l’emersione di rapporti di lavoro irregolari, i datori di lavoro italiani o cittadini di uno Stato membro dell’Unione europea, ovvero i datori di lavoro stranieri in possesso del titolo di soggiorno previsto dall’articolo 9 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, possono presentare istanza, con le modalità di cui ai commi 4 e 5, qualora intendano concludere un contratto di lavoro subordinato ovvero dichiarare la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare con cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, sottoposti a rilievi fotodattiloscopici in data anteriore all’8 marzo 2020 e che non abbiano lasciato il territorio nazionale dal suddetto adempimento”

Ed ancora, ai cittadini stranieri con permesso di soggiorno scaduto dalla data del 31 ottobre 2019, non rinnovato o convertito in altro titolo di soggiorno, presenti sul territorio nazionale alla data dell’8 marzo 2020 e sottoposti a rilievi fotodattiloscopici, sempre la bozza di testo normativo prevede che “può essere rilasciato a richiesta, un permesso di soggiorno temporaneo della durata di mesi XX (probabilmente sei)”.

Se nel termine prima indicato il cittadino esibisce un contratto di lavoro subordinato nei settori interessati dalla norma, ovvero braccianti, colf e badanti, il permesso viene convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro della durata minima di mesi quattro o per il periodo di lavoro contrattuale se superiore ai quattro mesi.

Rimangono fuori i migranti espulsi per ragioni di ordine pubblico e sicurezza e per reati di terrorismo o di commercio di sostanze nocive.

Sarebbe previsto un contributo di 400 euro per ogni lavoratore regolarizzato.

La pubblicazione del testo sul Decreto in fase di ultime trattative da parte delle varie correnti politiche, è imminente.

Un solo appunto: il caporalato andrebbe combattuto a prescindere dalla attuale emergenza sanitaria e dalla contestuale necessità di trovare con velocità lavoro da impiegare nel mondo dell’agricoltura.

Si tratta di una lotta ad uno dei mali più resistenti e più umilianti dei giorni d’oggi.

Un secondo solo ….…     

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