Il danno all’interno del ristorante provocato da una cameriera: il gestore risponde anche se c’è caso fortuito?

Può accadere che durante la consumazione di un pranzo, una cena, un aperitivo, si rimanga coinvolti in un incidente provocato dal personale dell’esercizio di ristorazione.

La ressa dei tavolini, i movimenti repentini degli avventori, gli angusti spazi lungo i quali sono costretti a muoversi i camerieri per servire gli ordini, possono costituire elementi di pericolo e potenziali fonti di danno per un malcapitato cliente.

Sembra quasi rassegnata dalla bolgia di persone che brulica all’interno del grande salone, la giovane cameriera ritratta da Édouard Manet tra il 1881 ed il 1882 nel dipinto “Il bar delle Folies-Bergère” conservato presso la Galleria Courtauld di Londra.

Manet Folies Bergere

La ragazza, assopita da profondi pensieri che trapassano gli avventori del bar, viene raffigurata con il suo sguardo malinconico, mentre alle sue spalle un mirabile “gioco” dello specchio ci regala la vista del salone, che è appunto invaso dall’appariscente ed affettata clientela parigina.

Doveva essere molto affollato anche il locale che purtroppo venne frequentato da una famiglia del litorale romano, protagonista di una recente sentenza della Corte di Cassazione.

Marito e moglie agivano in giudizio, in proprio e quali genitori esercenti la potestà sulla loro figlia minore, davanti al Tribunale di Roma, presso la oggi soppressa sezione distaccata di Ostia, al fine di chiedere il risarcimento dei danni subiti dalla bambina, mentre la famiglia si trovava all’interno del ristorante, allorché uno dei camerieri, nel mentre serviva una pizza ancora fumante, la fece cadere su di un braccio della piccola, che ne restò ustionata.

Il Tribunale rigettò la domanda dei genitori della bambina, mentre la stessa venne accolta dalla Corte di Appello di Roma.

I giudici di gravame reputarono che il gestore del ristorante dovesse ritenersi contrattualmente responsabile dell’accaduto, ai sensi dell’articolo 1218 del codice civile:

Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta e’ tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo e’ stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

La Corte d’appello ritenne dimostrato che effettivamente il rovesciamento della pizza ancora fumante sul braccio della minore era stato cagionato da un caso fortuito e precisamente da un urto improvviso ed imprevedibile, inferto da un avventore alla cameriera intenta al servizio ai tavoli, e che la persona la quale aveva malaccortamente urtato la cameriera era uno dei commensali della danneggiata.

Soggiunse tuttavia la Corte d’appello che, dal momento che la vittima ed i suoi commensali costituivano una “comitiva di giovani turbolenta”, fosse per il gestore del ristorante “del tutto prevedibile la possibilità che la cameriera fosse urtata da uno dei componenti del gruppo, di talché
avrebbero dovuto essere adottate delle adeguate cautele ed attenzioni.

Il ristoratore condannato in sede di gravame propose ricorso davanti alla Corte di Cassazione, evidenziando che i giudici d’appello avrebbero dovuto qualificare la domanda proposta dagli attori come domanda extracontrattuale, ai sensi dell’articolo 2043 c.c., e di conseguenza addossar loro l’onere della prova della colpa e del nesso causale.

Sosteneva, a tal riguardo, la difesa del ricorrente che il contratto di ristorazione ha ad oggetto unicamente la fornitura, da parte del ristoratore, delle pietanze e delle bevande; ne traeva la conclusione che l’infortunio occorso ad un cliente durante il periodo in cui si trattiene nel ristorante, originato dalla condotta di un altro avventore, non rientrerebbe nel “programma contrattuale” cui si obbliga il ristoratore.

La Sezione Sesta Civile della Suprema Corte ha risolto la questione con Ordinanza n. 9997 del 20 maggio 2020.

La pronuncia è importante sotto un duplice ordine di profili.

Il primo, già affrontato in numerosi interventi dottrinari, anche sul web, inerisce la responsabilità contrattuale del ristoratore e gli obblighi di “protezione” dell’incolumità degli avventori dell’esercizio commerciale.

Il secondo inerisce invece un’approfondita analisi in materia di “evitabilità” e di “prevedibilità” del caso fortuito.

Si proceda con ordine.

i. Gli obblighi di “protezione” del cliente a carico del titolare e del gestore del ristorante

I Supremi Giudici hanno evidenziato che coloro che accedono in un ristorante o un bar, stipulando “per facta concludentia” un contratto rientrante nel “genus” del contratto d’opera, hanno diritto di pretendere dal gestore che sia preservata la loro incolumità fisica.

Come anticipato, già numerosi commentatori di note riviste giuridiche hanno riportato queste considerazioni della Cassazione, rilevando che il contratto di ristorazione, nella sua struttura socialmente tipica comporta l’obbligo del ristoratore di dare ricetto ed ospitalità all’avventore.

In mancanza di questo elemento, non di contratto di ristorazione si dovrebbe parlare, ma di compravendita di cibi preparati o da preparare.

Nel contratto di ristorazione pertanto, come in quello d’albergo o di trasporto, il creditore della prestazione affida la propria persona alla controparte: e tanto basta per fare sorgere a carico di quest’ultima l’obbligo di garantire l’incolumità dell’avventore.

Si tratta di un effetto naturale del contratto, come disciplinato dall’art. 1374 del codice civile:

Il contratto obbliga le parti non solo a quanto è nel medesimo espresso, ma anche a tutte le conseguenze che ne derivano secondo la legge, o, in mancanza, secondo gli usi e l’equità

Ricordava ancora la Cassazione che gli effetti del contratto discendono dalla volontà delle parti, dalla legge e dall’equità.

Effetto derivante dalla legge, e quindi onnipresente in ogni contratto, è l’obbligo di salvaguardare l’incolumità fisica della controparte, quando la prestazione dovuta sia teoricamente suscettibile di nuocerle.

Tale obbligo discende dall’articolo 32 della Costituzione, norma direttamente applicabile anche nei rapporti tra privati, e sussiste necessariamente in tutti i contratti in cui una delle parti affidi la propria persona all’altra; dunque, non solo nei contratti di spedalità o di trasporto di persone, ma anche in quelli – ad esempio – di albergo, di spettacolo, di appalto (quando l’opus da realizzare avvenga in presenza del committente), di insegnamento d’una pratica sportiva, di ristorazione.

ii. Profili di civile responsabilità in presenza di caso fortuito “prevedibile” ed “evitabile”

L’Ordinanza in esame merita un ulteriore approfondimento, in materia di caso fortuito e di colpa in capo al debitore.

Smantellato il primo motivo di ricorso, la Suprema Corte trattava ulteriori doglianze proposte dal gestore del ristorante.

Veniva infatti eccepito che la Corte d’appello avesse erroneamente attribuito al gestore dell’esercizio commerciale la responsabilità per l’accaduto, senza previamente individuare quale sarebbe dovuta essere la condotta alternativa corretta che questi avrebbe dovuto tenere, ovvero l’obbligo giuridico da lui violato.

Sotto altro profilo, il ricorrente deduceva che la Corte d’appello avesse violato le regole che disciplinano l’accertamento del nesso di causa, sostenendo che veniva accertato che l’incidente si verificò perché la cameriera addetta al servizio ai tavoli venne urtata da un membro della comitiva cui si accompagnava la vittima, il quale “in piedi si agitava scompostamente nella sala”; e che il fatto del terzo, integrando gli estremi del caso fortuito, avrebbe escluso il nesso di causa tra inadempimento e danno.

Dinanzi a tali ulteriori motivi d’impugnativa, osservavano anzitutto i Supremi Giudici che il danno veniva arrecato non dal terzo, ma dal personale dipendente del ristorante.

Si trattava di un danno “corpore coipori illatum”, ed in virtù del “principio di equivalenza causale”, la sussistenza del nesso era indiscutibile; semmai, si poteva approfondire la questione se il personale dipendente poteva o non poteva, con l’ordinaria diligenza, prevenire il fatto dannoso: giudizio che atteneva però all’accertamento della colpa, non del nesso causale.

Ebbene, rilevavano ancora i Giudici di Piazza Cavour, la Corte d’appello aveva accertato in punto di fatto che la vittima si infortunò perché la cameriera che stava servendo le pietanze fu urtata
da una terza persona, perse l’equilibrio e lasciò cadere una pizza bollente sul braccio della danneggiata.

Accertati questi fatti concreti, la Corte d’appello ha ritenuto che tale dinamica dell’accaduto non escludesse la responsabilità del ristoratore, così ragionando:

(a) il fatto del terzo integra gli estremi del caso fortuito;

(b) il caso fortuito non esclude la colpa dell’autore del danno, se la condotta del terzo sia prevedibile od evitabile;

(c) nel caso di specie la “agitazione” dei ragazzi che componevano la comitiva presente nel ristorante era prevedibile, e si sarebbe potuta evitare da parte del ristoratore adottando “le adeguate cautele”.

La prima e la seconda delle suddette affermazioni sono corrette, la terza invece costituisce, nel caso specifico, falsa applicazione degli articoli 1218 e 1176 del codice civile.

E’ certamente vero che il fatto del terzo può integrare gli estremi del caso fortuito, ed è altresì vero che il caso fortuito, per escludere la colpa del danneggiante, deve avere due caratteristiche:

1) non poteva essere previsto, né evitato;

2) il responsabile aveva l’obbligo (legale o contrattuale) di prevederlo od evitarlo.

Per essere ancor più circostanziati, l’evento fortuito, ma prevedibile od evitabile, non libera l’autore del danno da responsabilità, contrattuale od aquiliana che sia (così, da ultimo, Cassazione Sezione Terza Civile, Ordinanza n. 25837 del 31 ottobre 2017).

La prevedibilità o l’evitabilità del caso fortuito, quando questo sia costituito dal fatto d’un terzo, non può essere presunta in astratto, ma va accertata in concreto.

E l’accertamento in concreto di tali circostanze esige che si stabilisca in facto:

(a) se il professionista medio (e dunque, nella specie, il ristoratore “medio”, di cui all’art. 1176 II comma del codice civile), potesse con la diligenza da lui esigibile prevedere quel che sarebbe poi accaduto;

(b) se il professionista medio (e dunque, nella specie, il ristoratore “medio”, di cui all’art. 1176 II comma), potesse concretamente adottare condotte diverse, e salvifiche, rispetto a quella effettivamente tenuta.

Ebbene, nel presente giudizio, l’affermazione della prevedibilità del caso fortuito si sarebbe potuta affermare solo a condizione che fosse accertata in concreto che l’urto inferto ad uno dei camerieri, da parte di un avventore, fosse una circostanza ampiamente prevedibile da qualunque ristoratore diligente.

Tale accertamento, però, nel caso di specie è mancato.

La sentenza impugnata, infatti, non ha accertato in concreto la prevedibilità e l’evitabilità dell’evento dannoso, ma le ha postulate in astratto.

La decisione d’appello non ha indagato se l’esagitazione della persona che urtò la cameriera fu subitanea o si protraesse da tempo, ed in tal caso da quanto tempo;
non ha stabilito in che cosa sia consistita;
non ha accertato se fu la cameriera ad avvicinarsi incautamente ad uno scalmanato, o se fu quest’ultimo a raggiungerla imprevedibilmente ed urtarla, allontanandosi dal posto fino a quel momento occupato;
non ha accertato se vi erano stati precedenti richiami all’ordine da parte del gestore del ristorante, o se questi avesse colpevolmente tollerato l’ineducazione dei suoi avventori.

In mancanza di questi accertamenti, la Corte d’appello ha falsamente applicato gli articoli 1176 e 1218 c.c., perché ha escluso in iure l’efficacia esimente del caso fortuito, senza accertare in facto se quel caso fortuito fosse prevedibile od evitabile.

La Corte di Appello di Roma sarà chiamata a rivedere le proprie conclusioni sulla base dei puntuali rilievi effettuati dai Supremi Giudici in materia di accertamento in concreto della possibilità di prevedere e di evitare l’ipotesi del caso fortuito.

Egualmente, i Supremi Giudici hanno cassato la sentenza di gravame anche per quanto all’importo risarcitorio liquidato, poiché frutto di una motivazione priva di sostegno tecnico (veniva infatti liquidato l’importo di euro 30.000,00 ma la sentenza d’appello non indicava in cosa consistette il pregiudizio estetico; quale ne fu l’entità; se abbia causato solo una invalidità permanente od anche una invalidità temporanea; in che termini percentuali potesse stimarsi l’invalidità da esso provocata; attraverso quali criteri si fosse pervenuti alla determinazione del suddetto importo).

Un secondo solo ….…     

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