Consiglio di Stato: stop alla sperimentazione su sei macachi dell’Università di Torino e Parma

Con Ordinanza 230 del 23 gennaio 2020 il Consiglio di Stato, in riforma dell’ordinanza cautelare resa dalla Sezione Terza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio sede di Roma, ha accolto l’istanza cautelare della LAV “Lega Anti Vivisezione”, disponendo la sospensione della sperimentazione in corso su sei scimmie macaco, nell’ambito di un progetto delle Università di Torino e Parma sulla cura dei deficit visivi umani.

I Giudici di Palazzo Spada hanno ritenuto, in sede di prima delibazione propria della fase cautelare, che contrariamente a quanto assunto dal TAR Lazio, fosse necessario stabilire il principio che chi sperimenta è tenuto a dimostrare che non esistono alternative ad una sperimentazione invasiva sugli animali e fioriera di sofferenze, che la normativa europea e nazionale sul benessere animale, anche nelle sedi di sperimentazione, prescrive di evitare o ridurre entro rigorosi parametri fisiologici.

Il Consiglio di Stato ha imposto al Ministero di fornire con la massima urgenza suddetta prova di assenza di alternative rispetto alla paventata sperimentazione invasiva sugli animali, depositando una dettagliata relazione sulla somministrazione agli animali oggetto di sperimentazione di liquidi e cibo sufficienti, astenendosi da misure che finiscano per trasformare la doverosa erogazione di cibo e liquidi in forma di premio per asservire la volontà di animali sensibili come i primati.

In Italia l’impiego di animali per fini scientifici è regolamentato dal Decreto Legislativo 26 del 2014, che attua la Direttiva dell’Unione Europea n. 63 del 2010.

In virtù di tale regolamentazione, tutti i progetti di ricerca che contemplano l’impiego di animali vertebrati e di taluni invertebrati, come i cefalopodi, devono essere autorizzati dal Ministero della Salute e portati avanti all’interno di stabilimenti autorizzati.

L’impiego degli animali è consentito soltanto quando il responsabile del progetto di ricerca sia in grado di dimostrare e di documentare l’impossibilità di raggiungere il risultato ricercato, utilizzando un altro metodo di sperimentazione scientifica che non implichi l’impiego di animali vivi.

In tal senso, rettamente il Consiglio di Stato ha imposto al Ministero non solo l’onere di dimostrare l’impossibilità di utilizzare metodologie alternative, ma ha richiesto anche l’esibizione e la produzione della documentazione a sostegno, per il tramite di una “dettagliata relazione” in materia di alimentazione dei primati.

Ciò premesso, sempre il D. Lgs. n. 26/14 richiede che, a parità di risultato, vengano favorite le procedure che richiedono il minor numero di animali e che utilizzano le specie animali con la minor capacità di provare dolore, sofferenza, di stress o di danno prolungato; sono in grado di minimizzare dolore, sofferenza, stress o danno prolungato; offrono le maggiori probabilità di risultati soddisfacenti; hanno il più favorevole rapporto tra danno e beneficio.

Secondo la LAV la sperimentazione animale costituisce “un clamoroso errore metodologico”, rischiando di risultare non affidabile a livello scientifico ed anzi fuorviante:

“nessuna specie vivente può essere considerata un modello umano semplificato a causa delle enormi differenze genetiche, anatomiche, biologiche, metaboliche, psichiche ed etologiche che le contraddistinguono” (così il Presidente della LAV Gianluca Felicetti in un intervento del 2013 richiamato dal Fatto Quotidiano in questa pagina web

https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/26/sperimentazione-animale-lav-nessun-compromesso-scienziati-in-allarme/699619/ )

“E così ciò che risulta innocuo negli animali può essere tossico per l’uomo”.

Continua Felicetti:

“Gli animali da laboratorio, spesso frutto di manipolazioni genetiche, talvolta differiscono perfino dai loro simili in libertà. Anche le malattie indotte sugli animali a fini sperimentali sono diverse dalle patologie che si manifestano naturalmente”.

Va detto, d’altra parte, che i ricercatori biomedici italiani e le associazioni di pazienti sono di parere opposto rispetto a quello della LAV.

Si è anzi evidenziato che le norme contenute nella Direttiva europea siano state trasposte nella legislazione italiana con ulteriori divieti e restrizioni, che non migliorano le condizioni degli animali ma riducono la possibilità dei ricercatori di svolgere in Italia gli esperimenti necessari a mettere a punto nuove terapie.

(per approfondimento: https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/medicina-e-ricerca/2018-11-21/sperimentazione-animale-l-italia-frena-e-contraddice-norme-ue-research4life-innovazione-paralizzata-e-malato-resta-senza-terapie-135827.php?uuid=AEMxRskG ).

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