La vita da single… dall’imposta sul celibato di epoca fascista, all’attuale società atomistica

Il famoso psicologo e scrittore Elyakim Kislev nel suo libro “Happy Singlehood” riferisce che per le persone “single” la vita regalerebbe maggior felicità, più soddisfazione nel mondo del lavoro e le relazioni sarebbero permeate da meno manifestazioni egoistiche, rispetto alla vita di una persona “accoppiata”.

Certo è che l’attuale società italiana sta diventando sempre più “single”-centrica ed a confermarlo sono i dati dell’Istat pubblicati a fine 2019: a fronte di un percentuale del 21,5% di famiglie monoparentali iscritte all’anagrafe nel biennio 1997-1998, il dato è salito fino al 33% nel biennio 2017-2018 (fonte a questo link) ed è probabilmente destinato a crescere ulteriormente.

Peraltro, mentre nel biennio 1997-1998 il numero medio dei componenti di una famiglia era di 2,7 unità, dieci anni più tardi, sempre secondo l’Istituto di statistica nazionale, è sceso a 2,3 unità.

Il dato che non può non far riflettere è quello del prepotente calo di natalità: nel 2018 sono nati solo 439 mila bambini e questo è il record negativo dall’unità d’Italia.

Se solo si riflette su quello che accadeva poco meno di cento anni fa, e soprattutto sull’ideologia alla base della politica dello Stato, si comprende ancor più la macroscopica inversione di tendenza.

Il giorno 13 febbraio 1927, infatti, il governo fascista istituiva la tassa sul celibato.

I rapporti matrimoniali e la politica della natalità venivano ritenuti due elementi ineliminabili per la crescita non solo sociale, ma soprattutto militare della nazione italiana.

Rimanevano esenti dal pagamento dell’oneroso tributo soltanto gli stranieri, i grandi invalidi di guerra, i sacerdoti, gli interdetti ed i militari soggetti a ferme speciali.

Nel famoso discorso sull’Ascensione del 26 maggio 1927, Mussolini così dichiarava al popolo:

Esistono nel Paese 5700 istituzioni che si occupano della maternità e dell’infanzia, ma non hanno denaro sufficiente. Di qui la tassa sui celibi, alla quale forse in un lontano domani potrebbe fare seguito la tassa sui matrimoni infecondi. Questa tassa dà dai 40 ai 50 milioni; ma voi credete realmente che io abbia voluto questa tassa soltanto a questo scopo? Ho approfittato di questa tassa per dare una frustata demografica alla Nazione. Questo vi può sorprendere; qualcuno di voi può dire: «Ma come, ce n’era bisogno?» Ce n’è bisogno. Qualche inintelligente dice: «Siamo in troppi». Gli intelligenti rispondono: «Siamo in pochi». Affermo che, dato non fondamentale, ma pregiudiziale della potenza politica, e quindi economica e morale delle Nazioni, è la loro potenza demografica

Una potenza demografica che al giorno d’oggi appare puro retaggio ideologico storico, attesi, appunto, i dati Istat poco più sopra ricordati.

Eppure, la quotidianità per i single, sebbene il loro modello di vita sia affermato in un terzo dei contesti familiari italiani, non è proprio… “rose e fiori”.

Basti pensare al costo della vita, che per i single risulta essere più alto del 78% rispetto al costo della vita pro capite di una famiglia con tre persone (fonte Coldiretti, ripresa da Adnkronos a questo link).

E basti pensare ai problemi di natura giuridica che potrebbero insorgere per un single, soprattutto nel mondo del lavoro.

Non sono fantascientifiche le vicissitudini che un lavoratore single può suo malgrado sostenere, ad esempio quando occorre prolungare l’orario lavorativo con uno sforzo “extra” di impegno e di orario, quando magari un lavoratore genitore o sposato va via dall’ufficio con maggior benevolenza da parte del “capo”.

E non sono fantascientifiche neppure le ipotesi delle ferie fissate per il lavoratore single in periodi di “scarto”, rispetto ai periodi di ferie che vengono assegnati ai lavoratori con famiglia.

Si rammenta anche il disposto dell’art. 5 della Legge 223/1991, che prevede, in caso di scelta di lavoratori da collocare in mobilità per motivi di riduzione del personale, in assenza di uno specifico accordo sindacale sui criteri da scegliere, i parametri fissati per legge: anzitutto, a monte, il principio di non discriminazione ed il principio di razionalità (ossia scelte oggettive e generali per tutti i lavoratori); successivamente, nello specifico, fattori legati all’anzianità di lavoro nell’impresa, alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative ed, appunto, ai carichi di famiglia del singolo lavoratore.

Anzi, i carichi di famiglia assumono molto frequentemente uno dei primi discrimini per valutare i dipendenti da porre in mobilità.

Ed ancora, la vita della donna single lavoratrice può subire soprusi, molestie ed atti di sopraffazione, che impongono la tutela immediata, al fine di inibire in radice la fonte dell’abuso.

In tutte queste fattispecie, come pure in tutti gli altri contesti giuridici nei quali una persona “single” vede prevaricati i propri intangibili diritti, è doveroso rivolgersi con sollecitudine al proprio avvocato di fiducia, onde ristabilire in modo sollecito .. la retta via!

Parlo della vita e dei problemi giuridici che possono incontrare i “single” sul mio canale youtube, raggiungibile a questo link:

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