Anche un truffatore ha diritto alla sua privacy

La satira è un genere artistico, dapprima letterario, poi anche teatrale e televisivo che detiene come propria linea direttiva la critica, di carattere aspro, dissacrante e radicale, ai malcostumi della società e della politica.

Sin dall’antica Roma autori salaci come Aulo Persio Flacco (al quale va il mio omaggio nella copertina dell’articolo) denunciavano con le loro invettive “infuocate” la società del tempo, tra corruzione, perdita di valori, mollezza, superficialità.

Spesso alla satira si associa il giornalismo, con inchieste anche molto utili alla magistratura inquirente.

La satira giornalistica ed il diritto di cronaca alla stessa sotteso non possono tuttavia oltrepassare certi limiti entro i quali va garantito il diritto alla privacy di tutti.

Ebbene, anche chi commette un reato come la truffa, ha diritto alla tutela della propria riservatezza.

E’ il caso di una nota trasmissione satirica che va in onda da decenni in televisione, la quale non si limitava a documentare, all’interno di alcuni servizi giornalistici, la condotta criminosa compiuta dal reo (nella specie, un brutale raggiro posto in essere da un “faccendiere” ai danni di due amministrazioni comunali), ma si spingeva fino a diffondere alla platea dei telespettatori l’immagine nitida ed i dati personali dell’autore dell’illecito penale.

I principi qui espressi sono stati sanciti da una nota declaratoria giudiziale, cui è pervenuta in modo perentorio la Suprema Corte, con l’Ordinanza n. 10153 del 27 aprile 2018 resa dalla Terza Sezione Civile.

Il truffatore, prontamente smascherato dai Sindaci dei due Comuni coinvolti nel tentativo di raggiro, con la collaborazione dei giornalisti della nota trasmissione, conveniva in giudizio l’autore del programma tv e la società titolare del canale, chiedendo un risarcimento di danni asseritamente subiti in conseguenza della messa in onda della trasmissione.

Sul caso si pronunciava in via preliminare il Garante per la protezione dei dati personali, evidenziando sin dall’origine l’eccesso d’informazioni rese pubbliche dalla trasmissione televisiva: pur essendo legittima la diffusione dei video ritraenti il tentativo di truffa, atteso l’interesse del pubblico ad essere informati sul malcostume, tanto più alla luce del ruolo di denuncia svolto dal programma satirico, quest’ultimo di fatto violava il diritto alla riservatezza dei dati ed all’immagine del truffatore.

Costui non era una persona conosciuta, né la diffusione del proprio nome e dei propri dati rappresentava un’informazione da diffondere a titolo di cronaca.

I Supremi Giudici si soffermano proprio sull’assenza di motivazione da parte della Sentenza di secondo grado, che non aveva argomentato in merito all’elusione totale del parere già puntualmente reso dall’Autorità Garante.

Per questo, la Suprema Corte dichiarava il principio secondo cui il servizio giornalistico andava interpretato nell’alveo dell’esercizio del diritto di cronaca per l’esclusivo perseguimento delle finalità giornalistiche e l’essenzialità dell’informazione riguardo ai fatti di interesse pubblico, ma non certo per la diffusione dei dati personali del reo e della sua immagine.

Su tali direttive si sarebbero dovuti pronunciare i Giudici del rinvio.

Un secondo solo ….…     

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