Le riproduzioni “occulte”come prova del lavoro domestico

E’ molto suggestiva l’opera “The Eavesdropper” (la “Ascoltatrice“… o anche … “la “Spiona“), del maestro secentesco olandese Nicolaes Maes, della Scuola di Rembrandt.

Nel bellissimo dipinto viene ritratta una lavoratrice domestica intenta ad origliare, con fare furbo e scanzonato, vicende della vita della famiglia presso la quale la signora presta servizio.

Il fatto che la domestica sia un po’ incline ad “ascoltare” le vicende familiari dei propri “padroni” è tuttora un luogo comune molto diffuso, senz’altro figlio del pregiudizio; e tanto più lo doveva essere nella Amsterdam ricco borghese del Diciassettesimo Secolo.

Oggi, peraltro, le riproduzioni audiovisive possono essere effettuate in modo fulmineo, tramite un telefono cellulare o un altro micro-apparecchio all’uopo destinato.

E cosa succede se una lavoratrice domestica procede ad una registrazione di episodi di vita della famiglia presso cui collabora, al fine di utilizzarli come prova davanti al Tribunale del lavoro?

Se ne è occupata recentemente la Suprema Corte.

Anzitutto, va richiamato il principio oramai consolidato, secondo il quale le registrazioni audio e video di una conversazione sono forme di memorizzazione meccanica di determinati fatti storici, di cui l’autore può disporre legittimamente, ai fini della prova all’interno di un processo, salvi eventuali divieti di divulgazione riferiti allo specifico oggetto della conversazione od alla qualità della persona che vi partecipa (così la nota Sentenza delle Sezioni Unite n. 36747 del 2003).

Lo scorso 13 novembre 2019 i Supremi Giudici hanno ulteriormente approfondito la tematica, in quanto veniva sottoposto al loro vaglio la vicenda di una collaboratrice familiare, che aveva allegato dentro una vertenza di lavoro, riproduzioni video di momenti privati della famiglia ove la signora prestava servizio.

Ebbene, l’art. 615 bis del codice penale punisce colui che, attraverso strumenti di riproduzione visiva o sonora, si procura notizie o immagini relative alla vita privata che si svolge all’interno delle abitazioni o delle private dimore.

Tuttavia, la Sezione Quinta Penale della Cassazione, con Sentenza n. 46158 del 2019 ha rilevato che non integra suddetta fattispecie criminosa la condotta di colei che, mediante riprese audiovisive, in un’abitazione in cui sia lecitamente presente, filma scene di vita privata.

Così la difesa della collaboratrice domestica concludeva, chiedendo l’assoluzione davanti ai giudici di legittimità:

La riservatezza domiciliare, bene giuridico in considerazione del quale è stato introdotto il reato in questione, non è lesa, ove le riproduzioni fotografiche siano limitate ad una mera raffigurazione spaziale, operata, peraltro, dall’esponente, pienamente autorizzata ad accedere ad ogni parte del domicilio protetto.

Si tratterebbe di un’inevitabile forzatura del concetto di vita privata, posto che l’art. 615 bis c.p., intende sanzionare riprese di vite attinenti alla vita privata, non già la condotta, lecita, di procurarsi immagini dei luoghi indicati nella medesima disposizione. 

Aderendo alle motivazioni addotte dall’avvocato della domestica “spiona”, la Cassazione assolve la donna perché il fatto non sussiste.

Precisano i Supremi Giudici che integra il reato di interferenze illecite nella vita privata di cui all’art. 615 bis c.p. la condotta di colui che, mediante l’uso di strumenti di captazione visiva o sonora, all’interno della propria dimora, carpisca immagini o notizie attinenti alla vita privata di altri soggetti che vi si trovino, siano essi stabili conviventi o ospiti occasionali, senza esservi in alcun modo partecipe.

Suddetto reato non è invece configurabile allorché l’autore della condotta condivida con i medesimi soggetti e con il loro consenso l’atto della vita privata oggetto di captazione.

Un secondo solo ….…     

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